Caro e amaro: perché del Roadhouse Grill si salvano solo le patatine

//Caro e amaro: perché del Roadhouse Grill si salvano solo le patatine

Caro e amaro: perché del Roadhouse Grill si salvano solo le patatine

Tutti facciamo degli errori. Che sia nell’adolescenza, nell’inconsapevolezza o anche solo per concederci qualche sgarro.

L’importante è rendersene conto, ammettere che il proprio punto di vista necessitava di qualche raddrizzata.

Purtroppo, però, torniamo sempre lì: la cultura gastronomica italiana è una delle più complete e variegate in assoluto, al pari della propria arroganza. L’integrazione, nel nostro paese, non segue una facile via, così come l’apprendimento; a meno che ovviamente non si tratti di moda e di conseguenza di vile pecunia. In quel caso allora sì, tutti a braccia aperte.

Prendiamo ad esempio il panorama americano, qual è la percezione comune? Che sia tutta un’accozzaglia di fast food, di locali dall’infima qualità e dalle smisurate porzioni, al contrario che da Noi.

Che è un po’ come sottintendere, peraltro, che su per lo stivale sia invece possibile assaggiare ovunque piatti di pasta o pizze in grazia di Dio. Magari fosse così.

E in cosa si traduce tale percezione? É presto detto.

Fateci caso: qualsiasi aspetto di derivazione gastronomica americana diventa nel nostro territorio, di fatto, un fast food o una catena.

Vi ricordate la situazione prima dell’esplosione dell’hamburger, specie nella sua accezione gourmet? Il goloso e variegato panino era relegato all’immagine qualitativamente bassa e low-cost dei grandi marchi, gli stessi che oggi, grazie alla moda in crescita repentina, registrano fatturati in calo, il tutto ovviamente a favore della nostra salute.

Ecco, non sarebbe male se una simile ottica di continuous improvement allargasse i propri orizzonti anche al mondo delle Steakhouse.

Non fraintendetemi, amo alla follia la nostra tradizione, i suoi sapori, la sua dieta e la sua capacità di adattamento, ed ogni volta che torno da un viaggio all’estero, dissolvo la nostalgia canaglia preparando un piatto di pasta, studiato o improvvisato che sia.

L’integrazione, tuttavia, è fondamentale, e se fossimo disposti ad accettare la superiorità altrui sotto certi aspetti potremmo imparare grandi cose; ad esempio, sulla preparazione delle verdure dalla cucina orientale o sulla macellazione e cottura della carne dagli americani.

New York e l’intero Texas, ad esempio, sono delle inestimabili patrie per quanto riguarda il manzo nella sua forma più pura: alte e succulente bistecche, cotte in reverse searing per un risultato dalla devastante esperienza sensoriale.

Bene, ora concentrate il concetto, riducetelo alla ristretta percezione italiana e costruite il locale perfetto per la limitata sintesi carnivora: signore e signori, abbiamo il Roadhouse, fast food statunitense fondato nel 1992 in Florida, a Fort Lauderdale.

Certo, la lista di catene è lunga, ma ho sempre ritenuto che in quanto a indiscusso “re” rispetto alla concorrenza, la grande R abbia ben più difetti degli altri. E li spulceremo pian piano, uno per volta.

Già vi sento, voi, psicopatici del barbecue (cit.): “Oddio dài, la fai facile tu, è come sparare sulla croce rossa”.

A conti fatti certo, sappiamo tutti quanto possa sembrar discutibile cenare in luoghi simili, ma la realtà è ben diversa. In prima battuta, per l’assenza di una vera alternativa che possa soddisfare la nostra domanda e in secondo luogo perché, qui più che altrove, manca un’informazione strutturata da parte del consumatore il quale, come ieri non sapeva distinguere un hamburger junk food da una controparte gourmet, oggi reputerebbe uguali due tagli di carne di qualità assolutamente diversa.

Gli immediati risultati sono essenzialmente due, strettamente correlati: il Roadhouse è sempre pieno, e la responsabilità di tale scelta, essendo una grande realtà, è in gran parte da attribuirsi ai consumatori disinformati e incapaci di imparare.

Se mi avete seguito, facciamo un gioco: come ho detto nell’incipit, tutti facciamo degli errori, me compreso. Traduciamo tutti i concetti sopra riportati nel menu della steakhouse, quindi, chissà che non possa portare qualche sincera riflessione critica.

Si parte dal Big One, dal simbolo del fast food per eccellenza, da quello che fu, ben 8 anni fa, durante l’esordio in un Roadhouse in quel di Corsico (MI), il mio primo, grave errore: l’hamburger.

Se vi è capitato di assaggiarne di buoni, di davvero buoni, la differenza vi parrà scontata anche a vista: pane dal sapore neutro e dalla consistenza simile alla carta, bacon insapore, carne decongelata, stra-cotta e che ha drammaticamente perso i succhi per strada, il tutto sovrastato da una quantità indicibile di salse, allo scopo di coprire le enormi mancanze.

In un atto di pura follia (e mastodontica fame), ho provato il famoso Maxxxi Burger, una fucilata di oltre 500g di peso con triplo cheddar, pomodoro, insalata, cipolla, maionese e ketchup.

Non solo non sono riuscito a finirlo, ma, a causa delle cascate di salsa che colavano ininterrottamente dal retro del panino, ho avuto la strana e palpabile sensazione di essere appena uscito da una sessione di paintball.

Eh, però noi di Roadhouse abbiamo eccellenze del territorio italiano nel nostro menu, come gli hamburger con Raclette o Provolone, golosi funghi e formaggi affumicati!”

Bene, vi sfido a prendere i tre Mini Burger (un mini BBQ, un mini R Special e un mini X-tra Cheese) e a trovarmi delle differenze di sapore, in mezzo a quella marmaglia di ingredienti senza alcuna personalità.

Eh, ma noi abbiamo i Gourmet Sandwiches!”, che è un po’ il perfetto esempio di come ormai il termine gourmet venga usato al semplice scopo di attirare il cliente grazie alle mode dei tempi, anche quando le motivazioni sono del tutto inesistenti.

Ora ditemi voi che cos’hanno di gourmet queste Fajitas, con manzo, peperoni, cipolle alla birra e panna acida.

Arriviamo poi alla sezione “regina” del menu, dedicata alla carne, con le fantomatiche bistecche di manzo (indefinito), divise tra NY Strip, Costata, T-Bone, Ribeye e Filetto.

Ora, credo che la seguente foto di una Fiorentina parli da sola: nemmeno due dita di altezza, grasso completamente assente e una spettacolare consistenza pari al legno bagnato, indice di una provenienza su cui è meglio non farsi domande, e/o di un trattamento post-mortem praticamente assente.

Molti ristoranti hanno poi la sezione allargata, le cosiddette “ricette originali”, fatta di quelle offerte che ormai tanto attirano il cliente medio, proprio perché basta tirar fuori un nome per richiamare alla mente una qualità fittizia, in un paese dove si è purtroppo ancora convinti che a rendere buona una bistecca sia il taglio e non la razza, l’allevamento, la macellazione o la frollatura.

Eccovi quindi le mie “parole a caso” preferite, prese direttamente dal sito ufficiale: la Picanha, punta di sottofesa di manzo (il codone era finito, sai com’è), l’Outback Steak, due fettine di carne proveniente dal taglio anteriore (ma da dove precisamente non ci è dato saperlo) e l’American Angus Steak, un “taglio pregiato di Angus del Nebraska con Fleur de Sel de Carmague”.

Chiaro? Prendete dell’Angus, lo tagliate (a caso) e avete una pregiata bistecca. Facile no?

Ci sono poi quelle sconfitte che non si dimenticano, quei cuori lacerati e irrimediabilmente infranti.

Credo di parlare a nome di qualsiasi appassionato quando dico che le monumentali Pork Ribs sono uno di quei piatti oggetto di rinascita, una volta abbandonata la mezzora scarsa in diretta fiammeggiante (e quindi la tipica consistenza pari al truciolato) e aver padroneggiato la sacra arte del barbecue americano, preparando gustose e tenere slab affumicate e laccate con una dolce ma speziata salsa barbecue.

Ecco, ordinarle in un Roadhouse è stato uno degli errori più gravi che potessi mai commettere: carne praticamente lessa, stracotta e insapore che si sfalda al solo sguardo, segno non solo della cottura errata ma delle numerose ore di riposo pre-ordine, durante le quali il collagene ha esalato il suo ultimo e letale respiro.

Peggiora il tutto una salsa barbecue nauseante e acida, che ricopre le misere puntine in quantità davvero esagerate.

Il peggio, tuttavia, arriva alla fine, alla resa dei conti.

Eh si, perché fin qui potrebbe davvero trattarsi di una critica insensata, di uno “sparare alla croce rossa”, e i locali pieni potrebbero semplicemente essere dovuti alla rapidità del servizio, alla gentilezza del personale e alla comunque vasta scelta sulla carta.

Ciò di cui non mi capacito ancor oggi, tuttavia, è il capitolo prezzi.

Stiamo parlando di hamburger con contorno che sfiorano gli 11 euro, un costo similare a quello di tantissime hamburgerie (gourmet e non) dove i fornitori sono chiari ed espliciti, la qualità della carne e del pane certificata e le esperienze sensoriali appaganti, al pari dello stomaco salvo e rilassato.

La carne, poi, si paga a peso d’oro: 17,90 euro per un filetto da 220g, e 24,90 euro per una “Fiorentina” da 550g. Se fate i conti, stiamo parlando di circa 45 euro al chilo di compensato cotto male; a quei prezzi non vi dico che recupero una Rubia Gallega, ma poco ci manca, e sarebbe per altro frollata almeno 60 giorni.

Chiudo il discorso con le insalate a 10,90 euro, perché è un dato che si commenta da solo.

Vedete, il punto non è tanto la qualità, le scelte personali o la diffusione dei fast food, ma il rapportare erroneamente tali realtà a delle culture gastronomiche che nemmeno conosciamo fino in fondo, un po’ come avviene per il sushi e il territorio nipponico.

Riteniamo normale, se ci fate caso, che una T-Bone qualunque possa costare un simile sproposito, senza nemmeno chiederci se un ricarico così esagerato sia dovuto semplicemente al nome riportato sul menu.

Se imparassimo davvero a riconoscere l’allevamento, il lavoro intelligente di quei pochi macellai che ragionano per risultato e non per sezione anatomica, a interpretare la qualità come inerente alla provenienza e alla frollatura (e non al taglio generico) forse la nostra capacità di spesa migliorerebbe sensibilmente, cadremmo in meno tranelli tra termini alla moda e false dichiarazioni sulle diete, e arriveremmo a preferire una Flank Steak di Black Angus a un filetto di derivazione ignota.

E forse, alla fine, la pensereste come me: del Roadhouse, in fondo in fondo, si salvano solo le patatine.

[ Crediti| Immagini: Mystic Burger, Roadhouse Grill ]

By | 2017-05-28T16:32:58+00:00 28 maggio 2017|Ristoranti, Scelti da noi|

About the Author:

Classe 1989, ogni sua passione trasuda di una disumana insanità mentale: dalla cucina all'enologia, dal cinema al fumetto. Poco conta la laurea in Ingegneria Gestionale, il suo cervello balla continuamente tra un hamburger di Black Angus, un impasto altamente idratato e una spalla di maiale in cottura indiretta.
  • Martino Marai

    Concordo in tutto. Mi ci hanno portato una volta e non sono mai più tornato! Però spesso vado a farmi un bell’hamburger da Mystic Burger (se non ho riconosciuto male piatto e logo e nella seconda foto!

  • Andrea Gino Servi

    Con questo articolo, hai riassunto tutto quello che penso di Roadhouse, pienamente concorde, tranne per le patatine, io scarto pure quelle.

  • Fabio

    Ottimo articolo, anche se, come precisi tu stesso, fare una critica gastronomica sul Roadhouse è un po’ come sparare sulla croce rossa.
    Mi permetto di aggiungere un paio di informazioni: E’ vero che la catena Roadhouse ha origine negli USA ma negli USA ha chiuso ormai da 10 anni, quando fallì miseramente nel 2007. I ristoranti italiani sono di proprietà del gruppo Cremonini, che nel 2012 ha anche rilevato il marchio.

    Aggiungo poi che, per mia personale esperienza, nei Roadhouse, peggio della materia prima e del trattamento della stessa, c’è solo la preparazione e la cortesia del personale, veramente pessime.

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